E’ giusto immolarsi per una buona causa? La solita retorica nelle risposte del cardinale Martino e di Vittorio Messori

Seneca

“La vita, se manca il coraggio di morire, è come la schiavitù”, Seneca

Su “La Stampa” del 16 Dicembre 2012 Enzo Bianchi si chiede se è giusto immolarsi per una buona causa e parla della decisione di alcuni monaci tibetani di suicidarsi perché non accettano di piegarsi al male. Sullo stesso quotidiano, il giorno dopo, intervengono due personaggi, il cardinale Renato Raffaele Martino e lo scrittore Vittorio Messori.

Il cardinale mette subito le cose in chiaro:

“Per noi cristiani è inconcepibile il suicidio. Anche se questo darsi la morte può avere fini nobili”.

Effettivamente questa frase sarebbe sufficiente per chiudere immediatamente il dibattito, perché il Cristianesimo, essendo una religione monoteistica, non ammette che i propri fedeli possano “debordare” dall’ortodossia, infatti nel momento in cui hanno sottoscritto il patto con il loro “Creatore” sono tenuti a rispettarlo, e quindi sarebbe inimmaginabile per un cristiano la frase di Seneca posta a epigrafe del mio intervento; solo in un contesto di Libertà si possono fare tali affermazioni, non in un contesto religioso. Per il Cristianesimo il suicidio non è contemplato in nessun caso, quindi i monaci tibetani sbagliano. Purtroppo ai Cristiani piace pontificare su tutto e su tutti, e quindi la discussione continua, infatti il cardinale aggiunge che il martirio buddista “non può essere paragonato al martirio cristiano”. E te pareva, se i cristiani non fanno de’ distinguo non stanno bene. Facciamoli pure questi distinguo. E’ evidente che il contesto storico e religioso siano completamente diversi, eppure certi martiri (quelli buddisti) vengono condannati, al contrario di altri (quelli cristiani). Infatti il cardinale utilizza una piccola bacchetta magica:

“Tanti cristiani hanno subito persecuzioni in odio alla fede che professavano, ma non hanno compiuto gesti di questo tipo e hanno sopportato fino alla fine le conseguenze della persecuzione”.

Allora, chiariamoci su un punto: riferendoci al mondo antico, i cosiddetti martiri cristiani non hanno MAI subito persecuzioni in odio alla loro fede. Nessun pagano ha mai odiato il cosiddetto “Cristianesimo”, così come non ha mai odiato l’Ebraismo prima e mai avrebbe odiato l’Islamismo se l’avesse conosciuto; tutto questo per il semplice fatto che i Pagani NON odiano culture diverse. Si può discutere quanto si vuole sui metodi che furono utilizzati per arginare la piaga che stava per devastare l’antica e millenaria cultura pagana, ma non si possono inventare balle: i primi martiri cristiani furono nemici, traditori dello Stato e come tali vennero perseguiti. Non c’è mai stata alcuna animosità religiosa, né i Romani hanno mai fatto guerre di religione, il loro Zeus, anzi, scusate, il loro Iuppiter, non era un dio geloso e non pretendeva sottomissione ed esclusività, uno poteva credere in Yahweh, Dio o Allah che a loro non sarebbe fregato assolutamente nulla, l’importante era comportarsi da buon cittadino, nient’altro. In un libro dal titolo, guarda caso, “Della bella morte” (curato da Anacleto Postiglione), si legge che

“Nell’anno 211, (…) nel campo romano di Lambesa in Africa, dove stazionava la legione III Augusta, furono convocate le truppe per ricevere in forma solenne il donativo imperiale. I soldati si facevano avanti col capo incoronato di alloro. Uno di essi, soldato di Dio più che di Cesare, non volle assumere tale acconciatura pagana, professandosi cristiano. Condotto dinanzi ai prefetti restituì la spada della milizia terrena, incompatibile con la milizia di Cristo, e affrontò impavidamente il martirio”.

Scrive Tertulliano:

“E’ invitato a farsi avanti un tale più soldato di Dio che di Cesare, più coraggioso de suoi compagni di fede i quali credevano di poter servire due padroni”.

Tertulliano lo dice chiaramente: un vero cristiano non può servire due padroni, non può servire lo Stato, in poche parole deve mettersi CONTRO lo Stato. Non è il caso de’ monaci tibetani che invece difendono la loro cultura da uno stato straniero e invasore. La lotta che si scatenò nella nostra terra quasi duemila anni fa fu una lotta fra chi voleva difendere la civiltà mediterranea e chi decise di abbandonarla per abbracciare una setta venuta dall’Oriente. Una setta che sarebbe stata accolta come erano state accolte tante altre sette come quella di Mithra, Iside, Serapide, ecc. ecc. Solo l’intransigenza e l’odio che devastavano l’anima e il corpo di queste persone non permisero che potesse avvenire pacificamente l’inserimento di una nuova religione nell’ambito cultuale romano. E poi, che cosa vuol dire che i martiri hanno sopportato fino alla fine le conseguenze della persecuzione? Se una persona sa che, facendo una determinata cosa, morirà e la fa ugualmente, non sta forse pianificando il proprio suicidio? Se io so che mettendo le dita in una presa elettrica particolarmente potente morirò sul colpo e infilo le dita, non sto forse attuando un suicidio? Lo stesso vale per chi sapeva che, facendo una determinata scelta, sarebbe stato giustiziato.

La risposta di Messori invece è un capolavoro di retorica. Lui inizia NON rispondendo alla domanda, ma “donandoci” un pistolotto storico che nessuno gli ha chiesto: “fino al 1950 quel Paese era la più dura delle teocrazie sacrali”. Ma davvero? Addirittura più dura delle teocrazie islamiche? E poi continua: “I lama possedevano tutta la terra, avevano potere di vita e di morte”. E invece i vari imperatori cristiani, i vari pontefici del passato non avevano potere di vita e di morte, vero? E ancora: “Ogni famiglia era obbligata a mandare almeno un figlio in monastero, con conseguenze a dir poco spiacevoli in caso di disobbedienza”. Avete capito? Conseguenze “spiacevoli”. Vorrei chiedere al Messori se queste conseguenze spiacevoli sono le stesse che ho dovuto subire io con mio padre quando voleva che ad ogni costo andassi in chiesa o che ha dovuto subire quel ragazzino di Rocca s.Casciano, un paesino vicino alla mia città, quando andava a giocare a calcio invece di andare in chiesa a servire il prete e che veniva picchiato tutte le volte che il padre veniva a sapere – dal solerte sacerdote – che invece di andare da lui era andato a giocare con i suoi amici coetanei. Infine la “chiusa”: “Il Tibet, prima del dominio cinese, non era certo un modello per i diritti umani”. E quindi? Che cosa vuole raccontarci il celebre scrittore, che il dominio cinese ha spazzato via una cultura feudale che calpestava i diritti umani? E per sostituirla con che cosa? La potenza cinese ha esportato i germi della Libertà come fecero i soldati napoleonici due secoli fa? Quando Napoleone scese finalmente nel nostro mefitico paese a portare i sacri principi della rivoluzione: “Liberté, egualité, fraternité”, non mi sembra che fu accolto con entusiasmo dai cattolici italiani. Poi il Messori ripete quello che ha detto il cardinale – ovviamente, dopo tutto è un cristiano – e cioè che la vita è donata da dio e solo lui può toglierla e ripete la solita menzogna che il martire fu ucciso “In odio alla fede”. Infine cita il caso di Apollonia d’Alessandria che, essendosi gettata fra le fiamme prima che lo facessero i suoi persecutori, non può essere considerata come i primi martiri cristiani e dice che “il riconoscimento della sua santità è stato discusso e contestato proprio perché aveva anticipato il gesto de suoi persecutori”. Talmente discusso e contestato che Apollonia, oggi, è santa e martire, esattamente come i primi martiri cristiani. Tanto, ma tanto rumore per nulla, perché poi, alla fine, i Cristiani fanno come cazzo vogliono. Ed è questo uno de’ trucchi di questa religione che dopo duemila anni continua a rimanere saldamente al suo posto di comando: dall’alto pontificano e dal basso fanno il cazzo che vogliono.

L’immagine del ritratto di Seneca, eseguito da Rubens, è stata tratta dal seguente link:

https://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Anneo_Seneca#/media/File:Seneca.jpg

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Il leone Cecil e Walter Palmer, storia di una vittima e del suo carnefice

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Di scene toccanti, nel film “Balla coi lupi” diretto da Kevin Kostner nel 1990, ce ne sono più di una, eppure ce n’è una in particolare che lascia basito lo spettatore: quando i Sioux, cavalcando sul proprio cavallo, si imbattono in uno spettacolo raccapricciante: decine e decine di bisonti scuoiati e lasciati marcire sotto il sole. Ovviamente questa impresa non è stata compiuta dai Pellerossa, ma da qualche “uomo bianco” pistolero, che ha scambiato degli esseri viventi per de’ bersagli di un tiro a segno. In questa scena c’è l’abissale differenza fra due concezioni: quella di “cosizzare” la figliolanza vegetale e animale di Nostra Madre Natura e quella di “spiritualizzarla”. Mi spiego meglio. Un cacciatore americano che paga una pingue somma per sparare ed uccidere un leone ed un gruppo di pellerossa che ammazzano un bisonte durante una battuta di caccia uccidono un essere vivente. Tuttavia è presente una differenza che ha a che fare con l’approccio che sta alla base del nostro rapporto nei confronti della Natura: da una parte si paga e poi si uccide per divertimento, dall’altra si uccide per sopravvivere. Da una parte ci si fa fotografare accanto alla preda, si pubblica la foto su “Facebook” e la si incornicia per appenderla al muro del nostro salone, dall’altra, con un gesto di riverenza verso Madre Natura, si chiede scusa per aver ucciso un suo figlio per ragioni di mera sopravvivenza.

Venendo alla nostra vicenda, è successo che il dentista americano Walter Palmer, dopo aver pagato la bella cifretta di 50000 dollari, ha organizzato una battuta di caccia assieme ad un cacciatore professionista e ad un fattore e, dopo avere attirato il leone Cecil, famoso per la sua criniera nera, fuori dall’area protetta con un’esca, la carcassa di una gazzella, lo ha ferito con una freccia, e, dopo quaranta ore di agonia, lo ha finito a colpi di fucile, dopo di che l’ha decapitato e scuoiato. Pensate quanto coraggio nel riuscire a compiere una simile impresa! E, dal momento che allo schifo non c’è mai fine, ora che non c’è più Cecil, il leone più anziano del branco probabilmente sbranerà i suoi sei cuccioli.

Immagine tratta dal seguente sito di “Repubblica”:

http://www.repubblica.it/ambiente/2015/07/29/foto/zimbawe_uccisione_del_leone_cecil_arrestati_due_uomini_per_bracconaggio-120060516/1/?ref=HRESS-5#20

Matteo Silimbani, matematica, razionalità e superstizione

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Può essere razionale non essere razionali fino all’estremo”, Hans Blumenberg

Nell’edizione regionale “Carlino Forlì” de “Il Resto del Carlino” del 7 Settembre 2014, a pagina 4, c’è un’intervista ad un certo Matteo Silimbani, professore di matematica, che quest’anno ha vinto il primo premio del campionato mondiale di giochi matematici di Parigi nella categoria “Grande pubblico”.

Ovviamente nel corso dell’intervista il professor Silimbani, essendo un matematico, ha spezzato una lancia a favore della disciplina che insegna ed ha detto un sacco di cose interessanti e condivisibili, tuttavia verso la fine dell’intervista, dopo aver difeso la propria materia, così solidamente scientifica e razionale, ha detto una cosa che, a mio modesto parere, è molto più irrazionale che razionale. Cito testualmente:

“Sì. Io, in particolare, credo nella matematica come arma da usare contro la superstizione”.

Di fronte a questa affermazione così categorica, che non disdegna una metafora “bellica”, l’intervistatore lo invita a spiegarsi meglio, e lui così continua:

“Siamo nel 2014, ma ancora resiste uno zoccolo duro di superstizione, anche tra i più giovani. Le discipline in grado di sconfiggerlo sono proprio la matematica e le scienze. Io, come insegnante, mi sento impegnato in una lotta quotidiana contro le false credenze”.

All’intervistatore che gli chiede di spiegare i termini della sua lotta, così risponde:

“Bandisco la lettura degli oroscopi, e a volte faccio qualche gesto provocatorio. Ad esempio capita che entri in classe con l’ombrello aperto per sconvolgere un po’ gli animi dei miei allievi”.

Che dire di fronte ad un tale guerrigliero? La matematica utilizzata alla stregua di un nuovo “Malleus maleficarum”? Personalmente non mi piace per niente il linguaggio utilizzato da questo signore, infarcito da troppe metafore “belliche”, come se chi legge l’oroscopo rappresenti realmente una minaccia mortale, ma la sua irrazionalità mi sembra evidente, infatti, è talmente ossessionato dalla superstizione che si mette a fare cose assolutamente prive di senso, come aprire un ombrello in classe, per esempio.

D’altronde l’eccesso di razionalità potrebbe portare al fanatismo. Per esempio, perché mai bandisce la lettura degli oroscopi? Io non ho mai letto un oroscopo, eppure, se una persona mi dicesse che tutte le mattine, mentre legge i quotidiani, si sofferma trenta secondi per leggere l’oroscopo del suo segno non mi sognerei mai di dirgli che sta sbagliando, probabilmente se lo facessi quella persona di oroscopi non ne leggerebbe più uno, ma come minimo due tutti i giorni.

Al fanatismo di certi matematici preferisco il modus vivendi (e cogitandi ovviamente) di altri matematici come il fisico, matematico, filosofo della scienza, teorico della fisica e accademico danese Niels Bohr, per esempio, che non ha mai vinto le olimpiadi di matematica di Parigi, ma che forse almeno le tabelline le conosceva. Un giorno un visitatore notò sulla porta d’ingresso della sua casa di Tisvilde un ferro di cavallo attaccato a un chiodo. Gli chiese se un grande scienziato come lui credesse veramente che il ferro di cavallo porta fortuna. La risposta del dottor Bohr fu esemplare:

“Certo che non credo in queste superstizioni. Ma sa com’è, dicono che porti fortuna anche a chi non ci crede!”

Ecco, un po’ di sana ironia non guasterebbe in certi casi. Come anche nell’affermazione dello psicologo Charles Tart:

“Non credo nell’astrologia, come tutti quelli del mio segno”.

Ah ah ah ah, ce lo vedo il professor Silimbani che entra nella casa di uno stupito Bohr con l’ombrello aperto in un’afosa giornata di Agosto.

L’immagine “Personificazione dell’Astrologia” del Guercino è tratta dall’enciclopedia libera di “Wikipedia” al seguente link:

https://it.wikipedia.org/wiki/Astrologia

Piccola conversazione su quello che è stato per me il Punk

Crass interior sleeve. Best Before 1984 (Crass Records, 1986)

Questa mia vuole essere una chiacchierata senza alcuna pretesa. Non sono qui né per fare la storia del punk, né per celebrazioni o autocelebrazioni varie, molto semplicemente ho accettato la richiesta del mio amico Cespo che cercava qualcuno che facesse l’introduzione ad un video dedicato all’esperienza del Virus di Milano, video che fra l’altro non ho ancora visto. Invece di fare un’introduzione a qualcosa che non conosco, ho deciso di fare giusto una chiacchierata per raccontare quello che è stato per me il Punk, quindi non mi metterò a raccontare quanto si potesse essere belli, bravi e giusti (o il contrario) a quel tempo, né mi metterò a fare citazioni colte, o discorsi aulici sul situazionismo, sul punk come movimento artistico d’avanguardia et similia, molto semplicemente condividerò con voi una piccola testimonianza che vuole provare a constatare – dal mio punto di vista – come stessero le cose che ho visto, perciò, se volevate la storia del Punk rimarrete un po’ delusi, infatti in questa mia chiacchierata citerò solo due date: il primo Dicembre 1976 e l’anno 1984. Non voglio dire che prima del 1976 il punk non esistesse, infatti un paio di anni prima a New York suonavano già gruppi come gli Stooges o le New York Dolls, gruppi che verranno poi definiti “punk”, già suonavano i mitici – almeno per me – Ramones e già circolava una fanzine che si chiamava “Punk”, inoltre Malcom McLaren, il futuro manager e inventore de’ Sex Pistols, già si dava da fare prima di approdare a London. Ho deciso di citare il primo Dicembre 1976 innanzitutto perché compivo 10 anni ed abitavo a Fratta Terme, ero ancora troppo giovane per il Punk e, soprattutto, vivevo in un paesino in cui le notizie sul Punk sarebbero arrivate molto dopo, per cui cito questa data per dire che il Punk l’ho scoperto troppo tardi e l’ho vissuto “esternamente”, e poi anche perché, curiosamente, quel giorno, per la prima volta, penso, i Sex Pistols furono invitati ad un programma televisivo nazionale britannico e successe un gran casino. Ho rivisto la scena tempo fa in quel magico contenitore che è “You Tube”. Probabilmente oggi fanno un po’ sorridere quei ragazzini un po’ malvestiti e le ragazzine (fra cui la grande, almeno per me, Siouxie, futura cantante de’ Banshes) con il trucco un po’ esagerato sul volto dire parolacce in diretta, ma quello fu lo scossone iniziale che diede il via un po’ a tutto, quella sera la Gran Bretagna scoprì all’improvviso che qualcosa di nuovo era nato e di lì a poco l’avrebbero scoperto anche gli altri paesi d’Europa. L’altra data che cito invece è il 1984, la data resa famosa dall’omonimo romanzo di George Orwell e l’anno in cui si sciolsero i Crass, quella che ho sempre considerato la mia band preferita musicalmente e di riferimento politicamente.

crass_a-and-p_f-upUn altro bel video che ho potuto vedere su “You Tube” è la contestazione che alcuni punks bolognesi, e non solo, fecero nel 1980 durante il concerto de’ Clash organizzato dal PCI. Si distinguono Steno, il cantante de’ Nabat, Bounty Scarponacci, chitarrista de’ Raf Punk e Jumpy V.Elena, cantante de’ Raf Punk. Purtroppo la qualità del video è molto scadente, ma il suo accento è inconfondibile. Ho voluto citare questo secondo video per introdurre una cosa per me fondamentale: la differenza fra Clash e Crass, non due semplici gruppi punk, ma due mondi completamente diversi, talvolta perfino opposti. I Clash rappresentano il mainstream, i Crass tutto ciò che si oppone al mainstream, i Clash accettano l’invito del comune di Bologna a suonare in piazza, i Crass non hanno mai suonato per una istituzione pubblica o per un partito politico, anche della cosiddetta “sinistra”. La canzone “White Punks on hope” de’ Crass si apre in maniera categorica:

“Hanno detto che siamo spazzatura / Ma il nostro nome è Crass, non Clash / Loro possono ficcarsele in culo le loro credenziali punk / Visto che sono loro quelli che si intascano i soldi de concerti e de dischi / Non cambieranno mai niente, con i loro discorsi così di moda / Con i loro distintivi di “Rock contro il razzismo” / Con le loro false marce di protesta (….)”.

Raf_Punk_2Il 1984 è l’anno in cui conobbi quelli che sono stati il mio gruppo punk italiano preferito, i Raf Punk, e, di questa band, il cantante Jumpy e la batterista Laura, l’anno in cui i Crass si sciolsero ed io cominciavo a capire che cosa era veramente il punk. Era successo che un tipo mi aveva venduto de’ dischi punks. Io li avevo comprati a scatola chiusa perché a quel tempo a Forlì non c’erano negozi che vendevano musica punk, e non mi era mai passata per la testa l’idea di andare a Bologna a dare un’occhiata in qualche negozio più fornito. I dischi in questione erano quattro: “Six pack” de’ Black Flag, disco che mi piacque subito tantissimo, “Rivolta dell’odio” che mi fece francamente schifo e due dischi fondamentali in assoluto: la compilation “Schiavi nella città più libera del mondo” e il doppio LP de’ Crass “Christ the album”. In più mi regalò quella che chiamò “fanzine”, roba mai vista prima, si tratta del secondo numero di “Attack Punkzine”. La musica ed i testi de’ Rivolta dell’odio imparerò ad apprezzarli successivamente, quando acquisterò il loro LP. Misi sul piatto dello stereo l’LP de’ Crass e dopo un paio di minuti lo tolsi, ero furente per il fatto che avevo buttato via i miei soldi. Fra l’altro nel booklet allegato lessi che il titolo di una canzone era “Punk is dead”, e subito pensai “Che stronzata, hanno addirittura sbagliato a scrivere il titolo della canzone e non hanno nemmeno fatto nulla per correggere questo errore di stampa”. Che stupidaggine, mai avrei potuto immaginare che de’ Punks potessero cantare una canzone dal titolo “Il Punk è morto”. Sperai di “rifarmi” le orecchie con la compilation de’ gruppi punk bolognesi. Al termine dell’ascolto avevo le lacrime agli occhi dalla rabbia. A quel tempo ascoltavo la musica di gruppi come Partistans, GBH, Blitz, mi piaceva il punk rock de’ Damned, adoravo i Sex Pistols, il mio gruppo preferito. Che cos’era sta merda che avevo portato a casa? Aprii il disco compilation e dopo aver letto gli statements scritti da Jumpy riascoltai il disco e mi parve stupendo, eccezionale; come avevo fatto a non apprezzarlo prima? Poi aprii la fanzine e dovetti fronteggiare una cocente delusione, il crollo del mio mito: leggevo che i Sex Pistols erano delle “teste di cazzo” e Sid Vicious, per me un vero e proprio idolo, un “fottutissimo coglione”. Nell’articolo “Punk rock is dead, but punk…” Jumpy scriveva:

“E’ inconcepibile come kids che si definiscono punk possano essere ancora legati a repellenti figli di puttana come SEX PISTOLS, CLASH, BUZZCOCKS, DAMNED, 999. Questo poteva essere giustificato diciamo nel 78 quando nessuno aveva ancora un’idea precisa (specie in Italia) di cosa fosse il punk, del suo etnostile, del suo significato. Così succedeva che alcuni cretinetti si “confezionavano” de vestiti stracciati con qualche scritta tipo HATE, SHIT, PUNK ROCK, LOU REED, ANNA OXA, VOMIT, se li mettevano in discoteca e tutto finiva lì. (….) In poche parole i propriamente detti PUNK ROCKERS hanno un atteggiamento distruttivo ma completamente privo di critica. Non sanno perché attaccano le cose ed in questo modo compiono clamorose cazzate come quella di esaltare e mitizzare un fottutissimo coglione come SID VICIOUS”.

Non potevo credere che de’ punks stessero sputando su chi il punk l’aveva inventato. Rimasi così male che non ci dormii la notte, così qualche giorno dopo, in occasione dell’ennesimo compito in classe, mi sembra di latino, feci buco e me ne andai a Bologna, in via Concordia, perché in quella fanzine avevo letto l’indirizzo di una ragazza che aveva collaborato nella stesura della stessa. Caso vuole che quella mattina questa ragazza avesse preso un giorno di ferie e così le piombai in casa e la svegliai. Meno male che Laura è sempre stata una ragazza squisita, invece di prendermi a bastonate con la scopa mi fece entrare e ci mettemmo a parlare un pochino, dopo di che comprai un disco degli UBR ed alcune fanzines, fra cui un numero di punkaminazione. Punkanimazione fu un progetto molto interessante perché metteva in contatto le varie realtà punk della penisola, fungeva come una sorta di Network alla Facebook di oggi.

Così finalmente entrai in contatto con i Raf Punk e capii che cos’era il Punk, o meglio, che cos’è il Punk come l’ho vissuto io. E scoprii anche che nel libretto che accompagnava l’LP de’ Crass non era stato commesso alcun errore di stampa, la canzone s’intitolava veramente “Punk is dead”. Ne lessi il testo e ne capii il motivo, e a questo punto penso sia il caso di leggere interamente questo testo nella traduzione di Marco Pandin:

“Sì, è vero, il punk è morto / Era solo un altro prodotto a basso prezzo per la testa de consumatori / Gomme da masticare rock su transistors di plastica / Seduzione per ragazzini promossa dai padroni delle grandi case discografiche / La CBS lancia sul mercato i Clash / Ma non è rivoluzione / E’ per i soldi… / Il punk è diventato una moda, com’è successo tempo fa per gli hippies / E non ha più niente a che fare con me e con te / I movimenti sono sistemi, e i sistemi uccidono / I movimenti sono l’espressione della non volontà della gente / Il punk era diventato un movimento perché ci siamo sentiti sperduti / Ma i nostri leaders hanno fatto il tutto esaurito ai loro concerti / E noi ne paghiamo le conseguenze / Il narcisismo punk era napalm sociale / Steve Jones ha incominciato bestemmiando / Predicava la rivoluzione, l’anarchia e il cambiamento / Mentre succhiava il cazzo al sistema che gli aveva dato il nome / Adesso mi sono stufato di stare a guardare da dietro queste vetrine sporche di merda / Mi sono stufato di leccare il culo alle superstars del rock / Ho anch’io un culo, ho i coglioni e ho un nome / E sto aspettando anch’io i miei quindici minuti di gloria / Steve Jones, tu sei napalm / Se sei così “Pretty Vacant” perché lecchi il culo? / Patti Smith, tu sei napalm / Scrivi con la tua mano, ma il braccio è quello di Rimbaud / E io? Sì, io… / Voglio bruciarmi anch’io? / C’è qualcosa che io possa imparare? / Ho forse bisogno di un padrone che mi amministri? / Posso resistere alle tentazioni del successo e della fortuna? / Guardo per la strada i pantaloni con le cerniere lampo, vedo la crema della società / Tutti coi giubbotti di pelle e la spilla da balia all’orecchio / Io resto a guardare, e capisco che tutto questo non ha mai significato nulla / Gli scorpioni potranno anche attaccare, ma il sistema ha rubato i pungiglioni… / Il punk è morto! / Il punk è morto…”.

Innanzitutto che cos’è il Punk? O meglio, che cos’è stato per me il Punk? La risposta veramente pazzesca è che io non ho risposte. Mi accingo a parlare di qualcosa che non so definire. E questo forse è molto punk. 🙂 Non ho risposte né parlando del Punk in generale, ma neanche parlando de’ vari aspetti del movimento stesso, infatti non saprei dire né che cosa sia la musica punk, né quando un testo sia punk, né quando una persona vestita in una certa maniera sia punk. Del Punk, dunque, non so dire nulla. E comunque, iniziamo pure a parlare di Punk.

Cominciamo con la musica: quand’è che una canzone si può definire punk? Se io adesso scrivessi una scaletta di brani punk e poi chiedessi di fare lo stesso a Cespo, il mio amico che ha organizzato questa chiacchierata, molto probabilmente scriveremmo due liste non solo diversissime fra di loro, ma in alcuni casi addirittura contraddittorie. Ho ascoltato e comprato musica punk per anni, ma non ho mai veramente saputo che cosa fosse la musica punk. Ricordo che tanti anni fa lessi su un vecchissimo numero di “Maximum Rock’ n’ Roll” un’intervista a Jello Biafra (cantante de’ Dead Kennedys) che diceva che la musica de’ Sex Pistols non era punk, ma rock’ n’ roll suonato velocemente. E pensare che, da un punto di vista musicale, ho sempre considerato più punk la musica de’ Sex Pistols che non quella de’ GBH per esempio. Ai miei tempi si diceva che la musica de’ GBH era hardcore, non punk, e a volte i miei amici mi chiedevano: ma tu preferisci il punk o l’hardcore? Ed io non ci capivo più niente, perché i GBH erano de’ punks, con tanto di creste, anfibi, e chiodi superspillettati…. quindi mi chiedevo: può un punk non suonare musica punk? Ma allora l’hardcore è punk o ci sono differenze? Prendiamo questa compilation dal titolo “Punk Generation” allegata a “L’Espresso” o a “La Repubblica” di alcuni anni fa. Leggo il nome di alcuni gruppi, poi ditemi voi se la musica di questi gruppi è punk oppure no. Gruppi come Ultravox, per esempio, o Television, Devo, Boomtown rats…. Secondo voi, i gruppi che ho appena menzionato suonavano musica punk oppure no? Eppure fanno parte di una compilation dal titolo “Punk Generation”. Tuttavia, personalmente, ho sempre apprezzato ogni tipo di musica punk, sia che fosse suonata in maniera lenta, sia che fosse suonata in maniera veloce, oppure che fosse semplicemente gridata senza l’uso delle chitarre, solo con la sezione ritmica, ecc. ecc., ho sempre acquistato i dischi in base ai testi, quasi mai per un discorso esclusivamente musicale. A differenza de’ miei amici che hanno sempre prediletto sonorità veloci, spiccatamente hardcore, ho sempre apprezzato molto il punk gridato e “sentito”, anche molto lento, come i primi brani degli Adam and the Ants, per esempio, o Nina Hagen, musicisti che hanno sempre fatto ribrezzo a chi ascoltava la musica hardcore. A proposito di “punk gridato e sentito”, vorrei leggere una attimo la risposta che mi dette Helena Velena in un’intervista che le feci diciannove anni fa. Ad un certo punto mi disse:

“(….) non mi era mai piaciuto il modo di cantare tradizionale perché pensavo che svilisse il significato di quello che si diceva; cioè, se tu parli, parli seriamente, se tu canti, ti metti già in un ambito estetico…. Capito, non può essere così diretto, allora il modo di cantare del rap e poi gridare (dopo, i Discharge in avanti e così) era più razionale, veniva da dentro, era più diretto e quindi piaceva di più (….)”.

E poi, parlando della musica de’ Black Flag, parlava di musica nella quale i musicisti mettevano al centro la carica umana, travolgente, la disperazione, i sentimenti, una sorta di blues de’ bianchi, una musica con un certo dolore.

Un altro aspetto del Punk che ho appena citato è quello che riguarda i testi. Esistono testi “punk”? Un testo, per essere punk, che tipo di messaggio deve veicolare? Io sui testi l’ho sempre pensata come i Crass ed i Raf Punk. In “Banned from the Roxy”, per esempio, i Crass cantavano:

“Banditi dal Roxy Club… / Ok, non mi sarebbe piaciuto suonare lì comunque / Ci hanno detto che lì dentro vogliono solo bravi ragazzi che si comportino bene / Forse credono che le chitarre ed i microfoni siano solo de fottuti giocattoli / Che vadano a farselo sbattere in culo! / Ho deciso di fare un concerto per conto mio / Contro tutto quello che credo ci sia di sbagliato in questo paese / E che loro se ne stiano pure lì seduti, sul loro culo ipernutrito / Si cibano del sudore delle classi più povere (….)”.

Fra i due estremi che vedono o il Punk come puro clamore e nient’altro, come dice Stewart Home

“Non fraintendetemi, non sto cercando di affermare che il PUNK si basava su un programma politico, o addirittura su un’approfondita analisi della società: né l’uno né l’altra. Il PUNK non fece altro che attingere da un serbatoio di malcontento sociale e provocare un’esplosione di rabbia ed energia, non offriva una soluzione, era semplicemente un genere musicale nuovo e sorprendente, propagandato sfruttando le tensioni sociali in maniera maniacale e spesso insensata. Il PUNK era puro clamore, non aveva niente da offrire a parte un senso di fuga dal tabù di parlare della melmosa realtà della vita mentre la fabbrica sociale andava in pezzi. Dopotutto, se i Pun k rockers avessero preferito l’analisi alla retorica, avrebbero tentato di organizzare una rivoluzione anziché pogare su pop songs di tre minuti.” Da “Marci, sporchi, e imbecilli”, Edizione Castelvecchi, pagg.33/34

o il Punk come movimento consapevolmente situazionista che cercò di rovesciare il sistema allora vigente, preferisco la solita saggia via di mezzo: per me il Punk è stato un momento di consapevolezza politica in cui, per la prima volta, ho cominciato a pormi seriamente innanzi a questioni come il Femminismo, l’Anarchismo, il Vegetarianesimo, ecc. ecc.

Inizialmente il Punk mi attrae per la musica e l’aspetto estetico, ma dopo aver letto le fanzines di Jumpy V.Elena, comincio per la prima volta ad interessarmi di politica, vista come momento di analisi e critica de’ problemi che ci circondano. Inizio così a privilegiare i gruppi che veicolano certi messaggi come i Crass, i Poison Girls, i Dirt, i Conflict, i Discharge, i Black Flag, i Dead Kennedys, ecc. ecc. e comincio ad abbandonare i primi gruppi punks che all’inizio tanto avevo amato, come Adam and the Ants, Nina Hagen, Sex Pistols, Clash, Damned, Sham 69, per poi passare a Partisans, Blitz, Vice Squad, Exploited, ecc. ecc. Anche qui, come nel caso della musica, non è possibile individuare un canone che detti le regole per scrivere un testo punk, Stewart Home ha ragione quando nel suo libro afferma frasi del tipo:

“E’ necessario dimostrare una volta per tutte che il PUNK ROCK non è (stato) “profondo”, che non è (stato) una “manifestazione d’avanguardia” e che chiunque si metta a “cercare il senso della vita in un disco di plastica” sta perdendo tempo.” (pag.10, libro citato)

ci sono stati centinaia di gruppi punks che hanno scritto testi cazzoni, stupidi, sessisti, gratuitamente violenti, ecc. ecc., e nel suo libro Home ne dà alcuni esempi addirittura esilaranti, ma è anche vero che ci sono stati gruppi che hanno veramente creduto e cercato di poter cambiare il mondo. I Crass sono un esempio di questi gruppi, ovviamente non l’unico, ma assolutamente fondamentale, sia per quello che hanno cantato, sia per come l’hanno cantato, sia per le attività che hanno accompagnato il loro fare musica. Hanno creato etichette indipendenti con cui hanno fatto incidere centinaia di gruppi musicali non solo punk, sono stati di esempio per altre realtà punk che, a loro volta, hanno saputo creare realtà valide ed antagoniste, come i Raf Punk di Bologna che, oltre alla loro attività musicale, hanno creato due etichette indipendenti grazie alle quali hanno potuto incidere gruppi in maniera assolutamente autoprodotta ed autogestita. Le tematiche che questi gruppi affrontavano erano quelle con le quali ci si trovava a fare i conti a quel tempo: l’incubo del nucleare, il vegetarianesimo, il sessismo, il femminismo, l’anarchismo, la violenza, il pacifismo, la religione, ecc. ecc., ad un certo punto, in maniera spontanea, senza che si fosse pilotati da partiti politici o capitalisti, venne a crearsi un movimento parallelo in grado di produrre dischi, cassette, libri, fanzines, riviste, fumetti, concerti dal Piemonte alla Sicilia, in maniera completamente autogestita. Ecco quindi una cosa positiva che ho potuto imparare frequentando i/le Punks: con il Punk finalmente si era attori, non spettatori, se si avevano delle idee e le si volevano veicolare, lo si poteva fare tramite la musica (non era necessario aver frequentato il conservatorio o studiato per anni la chitarra o la batteria), o tramite le fanzines (non era necessario aver frequentato l’università o chissà cos’altro per vedere pubblicato ciò che avevamo dentro). Non m’intendo molto di controculture italiane, ma penso di poter dire senza troppi timori che il Punk sia stata una delle poche controculture che negli anni ’80, gli anni del cosiddetto edonismo reaganiano, abbia cercato di combattere per un mondo, se non migliore, quanto meno diverso.

Infine il terzo aspetto che riguarda il Punk: la cosiddetta “divisa”. Esiste un modo standard per apparire “veri” punks agli occhi della gente? Racconto un aneddoto. Alla fine del 1988 andai a vivere a Roma. Dopo qualche mese iniziai a frequentare il Forte Prenestino. Conoscevo Fabbrizio D’Andrea, cantante de’ Lager, un ragazzo simpaticissimo e ogni tanto andavo a trovarlo. Redasse tre fanzines molto interessanti e firmava gli articoli, se non ricordo male, “Roma Punx”. Quindi, probabilmente, se si firmava così, Fabbrizio era un punk. In quel periodo io mi stavo allontanando per sempre da tutta una serie di situazioni, e a parte un lungo ciuffo mi vestivo in maniera assolutamente “normale”, esattamente come Fabbrizio. Una sera al Forte giunse un punk del posto decisamente ubriaco. Io, Fabbrizio ed un altro stavamo parlando quando si infilò nei nostri discorsi. Ad un certo punto puntò Fabbrizio e gli chiese se era un punk. Lui rimase in silenzio e si mise a ridere. Allora questo tizio insistette. Fabbrizio continuava ad essere piuttosto imbarazzato ed alla fine disse di no, che non lo era. Io rimasi a guardare la scenetta silente, la mente affollata di pensieri. Non so come avrei reagito se avesse rotto le palle anche a me, mi sarebbe piaciuto reagire come faccio di solito, e cioè con il solito irriverente sarcasmo, ma non so se sarebbe stato il caso, il tipo era ubriaco fradicio e rompicoglioni e fare a pugni per una stronzata simile non penso sarebbe stato il massimo. Comunque, se, rivolto a me, mi avesse chiesto: “Tu sei un punk?” mi sarebbe piaciuto rispondergli: “Non so se sono un punk o non sono un punk, l’unica cosa sicura che so è che più che un punk tu sei un drunk”. Ma questa risposta, fortunatamente, non gliela detti ed il rompicoglioni se ne andò di lì a poco. Eppure questo aneddoto dovrebbe far riflettere: chi era punk, Fabbrizio D’Andrea che non aveva la cresta e non indossava chiodo e anfibi, ma che suonava il basso in un gruppo anarchico impegnato che suonava musica punk e pubblicava bellissime e interessanti punkzines oppure quel tipo ubriaco che non capiva un cazzo di anarchia, non gliene fregava nulla di politica, passava il suo tempo a ubriacarsi e a rompere le scatole al prossimo, ma che aveva i capelli sparati e colorati e indossava la tipica “divisa” punk, chiodo, anfibi e mille spillette? I Crass scelsero di indossare abiti neri per contrastare quello che loro definivano “narcisismo Punk”, erano forse meno punk di chi invece sfoggiava capigliature multicolori e abiti pieni di spillette e spille da balia?